Greenpeace propone, all’interno dell’attuale dibattito sul nucleare, un
doppio appuntamento per riflettere sui pericoli di questa scelta energetica:
- Venerdì 29 maggio presso la Biblioteca civica Centrale, via della
Cittadella 5, Torino, Greenpeace inaugura la mostra fotografica “Certificate
000358/ - Il costo umano di una catastrofe nucleare”.
Sarà possibile visitare la mostra fino a martedì 30 giugno, tutti i giorni,
escluso la domenica, dalle ore 08.15 alle 19.55, lunedì dalle 15.00 alle
19.55.
- Martedì 9 giugno ore 18.00 presso la Biblioteca civica Calvino, Lungo Dora
Agrigento 94. incontro-dibattito ‘Ritorno al Nucleare’, per discutere del
futuro energetico.
Primavera 1986, a più di vent’anni di distanza questa mostra rappresenta
un’importante testimonianza delle conseguenze che gli esperimenti nucleari e
il disastro di Cernobyl hanno avuto sulle persone e sui luoghi dell’ex
Unione Sovietica. Un messaggio importante che vogliamo comunicare e
inserire.
Il fotografo Robert Knoth, insieme alla giornalista Antoinette de Jong e in
collaborazione con Greenpeace, ha realizzato quattro reportage fotografici
in altrettante aree colpite da incidenti e contaminazioni nucleari dell'ex
Unione Sovietica. A vent'anni dal disastro di Cernobyl, la mostra evidenzia
come questa tragedia non abbia rappresentato un fatto isolato e si inserisce
nel dibattito attuale sulla necessità di garantire l'approvvigionamento
energetico per il futuro.
La mostra e il volume fotografico si concentrano su vari aspetti, tra cui la
salute e l'assistenza sanitaria erogata a milioni di persone colpite dalle
radiazioni e le conseguenze degli incidenti dal punto di vista economico e
sociale. Le vicende personali si mescolano a paesaggi che ritraggono zone
abbandonate dall'uomo e contaminate, storie di vita quotidiana in città e
paesi contaminati, centri medici, oltre a una serie di ritratti di persone
affette da malattie causate dalle radiazioni.
Per informazioni:
Giuliana Ponzetti , coordinatore gruppo locale Greenpeace Torino
giovedì 28 maggio 2009
IL TAR PIEMONTE BLOCCA LA REALIZZAZIONE DEL DEPOSITO NUCLEARE DI BOSCO MARENGO (AL)
Con una ordinanza sospensiva depositata oggi 22 maggio 2009 il TAR del Piemonte ha sospeso la realizzazione del deposito nucleare di Bosco Marengo, destinato a contenere i rifiuti radioattivi derivanti dallo smantellamento dell'impianto "FN" di fabbricazione di combustibile nucleare. "Ho personalmente firmato questo ricorso insieme alle Associazioni ambientaliste - dichiara Enrico Moriconi, consigliere regionale del Piemonte- perchè non è concepibile che Sogin intenda disseminare il Piemonte (e tutta l'Italia) di depositi nucleari, realizzati in ciascuno dei siti nucleari esistenti, che sono purtroppo collocati in zone estremamente a rischio.
La legge 368/2003 prevede che, per i rifiuti radioattivi già esistenti, si debba realizzare un deposito centralizzato, in un luogo scelto con tutte le possibili attenzioni al fine di rendere minime le conseguenze di un eventuale rilascio di radioattività.
Io sono convinto che il nucleare sia una tecnologia da abbandonare per la sua estrema pericolosità, ma in ogni caso la Sogin e il Governo rispettino almeno le leggi vigenti, e evitino di perpetuare le scelte irresponsabili fatte quarant'anni fa quando gli impianti nucleari furono autorizzati senza porsi tante preoccupazioni.
Infine - conclude il Consigliere Moriconi - questa sentenza dovrebbe fare riflettere chi sostiene oggi il rilancio del nucleare, quando sono così ben evidenti i problemi che il nucleare ha causato al nostro territorio".
Torino, 22 maggio 2009
Enrico Moriconi
Consigliere Regionale del Piemonte
Gruppo Ecologisti - Uniti a Sinistra
Uff. Stampa 011.5757.733 http://www.enricomoriconi.it
La legge 368/2003 prevede che, per i rifiuti radioattivi già esistenti, si debba realizzare un deposito centralizzato, in un luogo scelto con tutte le possibili attenzioni al fine di rendere minime le conseguenze di un eventuale rilascio di radioattività.
Io sono convinto che il nucleare sia una tecnologia da abbandonare per la sua estrema pericolosità, ma in ogni caso la Sogin e il Governo rispettino almeno le leggi vigenti, e evitino di perpetuare le scelte irresponsabili fatte quarant'anni fa quando gli impianti nucleari furono autorizzati senza porsi tante preoccupazioni.
Infine - conclude il Consigliere Moriconi - questa sentenza dovrebbe fare riflettere chi sostiene oggi il rilancio del nucleare, quando sono così ben evidenti i problemi che il nucleare ha causato al nostro territorio".
Torino, 22 maggio 2009
Enrico Moriconi
Consigliere Regionale del Piemonte
Gruppo Ecologisti - Uniti a Sinistra
Uff. Stampa 011.5757.733 http://www.enricomoriconi.it
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lunedì 25 maggio 2009
CONTRO LA VIVISEZIONE: come scegliere a chi destinare il 5x1000 senza finanziare gli esperimenti sugli animali
E’iniziata sabato 18 aprile e si è conclusa domenica 26 la Settimana Internazionale per gli Animali di Laboratorio 2009 (World Week for Animals in Laboratories 2009).
Si tratta di un evento che si ripete ogni anno dal 1986, ideato dall’ IDA (In Defense of Animals), un’organizzazione no-profit statunitense nata nel 1983 con il nome di Californians for Responsible Research dalla volontà di tre veterinari, preoccupati per le drammatiche condizioni degli animali di laboratorio all’Università di Berkeley.
Questa iniziativa, cui aderiscono associazioni e gruppi animalisti in tutto il mondo ha come principale obiettivo quello di fare informazione sul tema degli esperimenti sugli animali, mettendo in evidenza lo scandalo degli abusi cruenti, l’anacronismo scientifico e l’inutilità di queste pratiche. Oggi la scienza e la tecnologia mettono a disposizione della ricerca mezzi e strumenti di alta qualità, per garantire la salute di uomini e donne senza bisogno di torturare e uccidere centinaia di migliaia di animali.
In Italia ha aderito al progetto Agire Ora Network, la rete animalista impegnata da anni nella difesa degli animali e contro il loro sfruttamento, che ha lanciato la campagna No al 5 per mille alla vivisezione!. A Torino è stato organizzato un sit-in il 18 aprile che come afferma la coordinatrice nazionale del Network Marina Berati “nonostante la pioggia è andato bene perché molte persone si sono interessate e hanno preso del materiale informativo”. Altri raduni sono previsti nel resto d’Italia .
Agire Ora Network ha pubblicato sul suo portale antivivisezionista una lista delle associazioni cui si può destinare il 5 per mille, distinguendo tra quelle che finanziano la vivisezione (tra le più note Telethon) e quelle che non lo fanno (come I-Care Italia). I volontari della rete animalista mettono in guardia dal rischio che i soldi finiscano comunque nelle casse di chi finanzia gli esperimenti sugli animali nei casi in cui si scelgano come destinatari le università o settori quali ricerca, sanità e volontariato senza specifiche.
Si tratta di un evento che si ripete ogni anno dal 1986, ideato dall’ IDA (In Defense of Animals), un’organizzazione no-profit statunitense nata nel 1983 con il nome di Californians for Responsible Research dalla volontà di tre veterinari, preoccupati per le drammatiche condizioni degli animali di laboratorio all’Università di Berkeley.
Questa iniziativa, cui aderiscono associazioni e gruppi animalisti in tutto il mondo ha come principale obiettivo quello di fare informazione sul tema degli esperimenti sugli animali, mettendo in evidenza lo scandalo degli abusi cruenti, l’anacronismo scientifico e l’inutilità di queste pratiche. Oggi la scienza e la tecnologia mettono a disposizione della ricerca mezzi e strumenti di alta qualità, per garantire la salute di uomini e donne senza bisogno di torturare e uccidere centinaia di migliaia di animali.
In Italia ha aderito al progetto Agire Ora Network, la rete animalista impegnata da anni nella difesa degli animali e contro il loro sfruttamento, che ha lanciato la campagna No al 5 per mille alla vivisezione!. A Torino è stato organizzato un sit-in il 18 aprile che come afferma la coordinatrice nazionale del Network Marina Berati “nonostante la pioggia è andato bene perché molte persone si sono interessate e hanno preso del materiale informativo”. Altri raduni sono previsti nel resto d’Italia .
Agire Ora Network ha pubblicato sul suo portale antivivisezionista una lista delle associazioni cui si può destinare il 5 per mille, distinguendo tra quelle che finanziano la vivisezione (tra le più note Telethon) e quelle che non lo fanno (come I-Care Italia). I volontari della rete animalista mettono in guardia dal rischio che i soldi finiscano comunque nelle casse di chi finanzia gli esperimenti sugli animali nei casi in cui si scelgano come destinatari le università o settori quali ricerca, sanità e volontariato senza specifiche.
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VITA DA CANI E DA GATTI
Scimmie e balene possono essere molto felici o tristi, ma ancora non sanno spiegarlo. Così l’abbiamo chiesto a due umani che di animali se ne intendono: Monica Mazzotto, etologa che oggi si occupa di divulgazione scientifica e Augusto Vitale, primatologo ed esperto di bioetica, ricercatore presso l’Istituto superiore di sanità (ISS).
“Il termine felicità è un termine che abbiamo inventato noi umani per descrivere un determinato stato d'animo, dobbiamo stare attenti a non usare in maniera superficiale categorie di tipo antropomorfico per parlare degli animali” inizia Vitale. I due studiosi danno una prima definizione condivisa di felicità come benessere: “Per tutti gli animali la condizione di base per una vita felice è il soddisfacimento dei bisogni essenziali” spiega Mazzotto. Prima della nascita dell’etologia cognitiva, avvenuta trenta anni fa negli Stati Uniti, i comportamenti degli animali venivano ridotti a solo istinto. “Questo approccio – racconta la dottoressa - soffriva di un difetto: portava gli scienziati a elaborare teorie meccaniche molto complesse quando la spiegazione più semplice era evidente”. Tanti anni prima, Darwin fu il primo a parlare di emozioni riferendosi agli animali. “Per il padre dell’evoluzionismo – continua Mazzotto - dall’organismo più semplice a quello più complesso le differenze sono di grado e questo principio vale anche per la sfera emotiva”.
Il benessere garantisce la felicità per gli animali più elementari, ma avvicinandosi all’uomo sulla scala evolutiva le esigenze aumentano. “Felicità vuol dire anche gioia e una delle massime espressioni negli organismi superiori come i mammiferi è il gioco, felicità pura, fine a se stessa”. Inoltre, come tiene a precisare l’etologa “la felicità dipende dalle particolarità di ogni specie: per i cani è importante non essere lasciati soli, perché soffrono di solitudine, i delfini invece si deprimono quando si annoiano”. Tra i primati, aggiunge Vitale, “il tipo di vocalizzazione che viene emesso può darci un importante informazione sulla condizione emozionale di un individuo, ‘una finestra sull'anima’ come ha detto Mark Bekoff”.“Non sarà mai qualcosa di intellettualizzato come per noi, che siamo capaci di proiettarci nel futuro, fare programmi e fantasie, ma più ci si avvicina all’essere umano più la felicità degli animali assomiglia alla nostra” conclude Mazzotto.
Per rilevare il grado di felicità o infelicità degli animali, come degli esseri umani, si può ricorrere a parametri fisiologici, misurando il livello di presenza di certi ormoni all’interno dell’organismo. Per Mazzotto e Vitale però ha un ruolo importante anche l’empatia. Quella capacità che ci permette di riconoscerci nell’altro e immedesimarci in lui, provare dolore quando l’altro lo prova, essere felici quando l’altro lo è. Questa dote è tanto più spiccata quanto più l’altro è simile a noi, quanto più l’identificazione è facile e in questo senso si spiega la nostra naturale propensione verso i mammiferi.“Tra esseri umani esiste una spinta affettiva più forte rispetto a quella esistente tra individui appartenenti a specie diverse”.
Si tratta di uno dei motivi per cui, secondo Vitale, molti ricercatori scelgono di fare esperimenti sugli animali. Difficilmente per le cavie si può parlare di felicità, ma per il primatologo non è questo il punto: “Per ogni ricercatore arriva il momento di una scelta morale, utilizzare o non utilizzare animali a fini scientifici, per migliorare la qualità della vita degli esseri umani. Il problema implicito è stabilire se si attribuiscono agli animali gli stessi diritti che si riconoscono agli uomini”. Nell’opinione dell’esperto nonostante ci sia ancora molta strada da fare, l'attenzione al benessere degli animali in allevamento e nei laboratori sperimentali è aumentata nell’ultimo decennio. “Oggi siamo in grado di sostituire gli esperimenti con animali per alcuni casi, ma non ancora per tutti e dove l’impiego è necessario, è anche doveroso garantire le migliori condizioni di vita”.
Sul consumo di carne Mazzotto non è contraria, ma aggiunge: “Le condizioni di vita degli animali dovrebbero migliorare, la carne stessa sarebbe più buona se gli animali fossero felici, una vacca felice è più produttiva e anche più gustosa da mangiare”. Conclude la dottoressa: “Il lavoro svolto dall’etologia, spiegare come sono fatti e come funzionano gli animali, è utile per ottenere un maggiore rispetto.
Circondati da piante sui terrazzi, cani, gatti, pappagallini e pesci rossi in casa, dovremmo poi riflettere sulla nostra felicità, cui forse manca un po’ di natura”.
Pezzo pubblicato sul numero di Maggio di Futura, giornale del Master in Giornalismo di Torino
“Il termine felicità è un termine che abbiamo inventato noi umani per descrivere un determinato stato d'animo, dobbiamo stare attenti a non usare in maniera superficiale categorie di tipo antropomorfico per parlare degli animali” inizia Vitale. I due studiosi danno una prima definizione condivisa di felicità come benessere: “Per tutti gli animali la condizione di base per una vita felice è il soddisfacimento dei bisogni essenziali” spiega Mazzotto. Prima della nascita dell’etologia cognitiva, avvenuta trenta anni fa negli Stati Uniti, i comportamenti degli animali venivano ridotti a solo istinto. “Questo approccio – racconta la dottoressa - soffriva di un difetto: portava gli scienziati a elaborare teorie meccaniche molto complesse quando la spiegazione più semplice era evidente”. Tanti anni prima, Darwin fu il primo a parlare di emozioni riferendosi agli animali. “Per il padre dell’evoluzionismo – continua Mazzotto - dall’organismo più semplice a quello più complesso le differenze sono di grado e questo principio vale anche per la sfera emotiva”.
Il benessere garantisce la felicità per gli animali più elementari, ma avvicinandosi all’uomo sulla scala evolutiva le esigenze aumentano. “Felicità vuol dire anche gioia e una delle massime espressioni negli organismi superiori come i mammiferi è il gioco, felicità pura, fine a se stessa”. Inoltre, come tiene a precisare l’etologa “la felicità dipende dalle particolarità di ogni specie: per i cani è importante non essere lasciati soli, perché soffrono di solitudine, i delfini invece si deprimono quando si annoiano”. Tra i primati, aggiunge Vitale, “il tipo di vocalizzazione che viene emesso può darci un importante informazione sulla condizione emozionale di un individuo, ‘una finestra sull'anima’ come ha detto Mark Bekoff”.“Non sarà mai qualcosa di intellettualizzato come per noi, che siamo capaci di proiettarci nel futuro, fare programmi e fantasie, ma più ci si avvicina all’essere umano più la felicità degli animali assomiglia alla nostra” conclude Mazzotto.
Per rilevare il grado di felicità o infelicità degli animali, come degli esseri umani, si può ricorrere a parametri fisiologici, misurando il livello di presenza di certi ormoni all’interno dell’organismo. Per Mazzotto e Vitale però ha un ruolo importante anche l’empatia. Quella capacità che ci permette di riconoscerci nell’altro e immedesimarci in lui, provare dolore quando l’altro lo prova, essere felici quando l’altro lo è. Questa dote è tanto più spiccata quanto più l’altro è simile a noi, quanto più l’identificazione è facile e in questo senso si spiega la nostra naturale propensione verso i mammiferi.“Tra esseri umani esiste una spinta affettiva più forte rispetto a quella esistente tra individui appartenenti a specie diverse”.
Si tratta di uno dei motivi per cui, secondo Vitale, molti ricercatori scelgono di fare esperimenti sugli animali. Difficilmente per le cavie si può parlare di felicità, ma per il primatologo non è questo il punto: “Per ogni ricercatore arriva il momento di una scelta morale, utilizzare o non utilizzare animali a fini scientifici, per migliorare la qualità della vita degli esseri umani. Il problema implicito è stabilire se si attribuiscono agli animali gli stessi diritti che si riconoscono agli uomini”. Nell’opinione dell’esperto nonostante ci sia ancora molta strada da fare, l'attenzione al benessere degli animali in allevamento e nei laboratori sperimentali è aumentata nell’ultimo decennio. “Oggi siamo in grado di sostituire gli esperimenti con animali per alcuni casi, ma non ancora per tutti e dove l’impiego è necessario, è anche doveroso garantire le migliori condizioni di vita”.
Sul consumo di carne Mazzotto non è contraria, ma aggiunge: “Le condizioni di vita degli animali dovrebbero migliorare, la carne stessa sarebbe più buona se gli animali fossero felici, una vacca felice è più produttiva e anche più gustosa da mangiare”. Conclude la dottoressa: “Il lavoro svolto dall’etologia, spiegare come sono fatti e come funzionano gli animali, è utile per ottenere un maggiore rispetto.
Circondati da piante sui terrazzi, cani, gatti, pappagallini e pesci rossi in casa, dovremmo poi riflettere sulla nostra felicità, cui forse manca un po’ di natura”.
Pezzo pubblicato sul numero di Maggio di Futura, giornale del Master in Giornalismo di Torino
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mercoledì 20 maggio 2009
FIERA INTERNAZIONALE DEL LIBRO DI TORINO, SECONDO GIORNO (15/05/09): Dall’etologia di Mainardi alla grande peste di Bordese
Un labrador nero, un husky e un micio grigio guardano la platea dalle copertine dei libri appoggiati sul tavolo. L’intelligenza degli animali, La bella zoologia, L’acchiappacolombi, Nella mente degli animali e Vivere a spese degli altri sono i titoli di alcune delle opere dei due ospiti. L’etologo Danilo Mainardi ha insegnato nelle università di Parma e Venezia, presiede la Lipu e si occupa di divulgazione scientifica; Claudia Bordese è biologa, ma anche studiosa di evoluzione ed etologia. Ernesto Ferrero introduce la lectio magistralis: “A leggere Mainardi si capisce quanto l’intelligenza degli animali sia sottovalutata”. Poi cita Primo Levi e il suo elogio della tenia.
Il professore si avvicina alla lavagna e alle parole accompagna il disegno con le figure stilizzate di un polpo e di una cozza. “Il polpo è un animale molto intelligente, ma con pochi istinti, la cozza al contrario è poco intelligente, ma con istinti forti”. L’intelligenza nel mondo animale ha molteplici varianti, che vanno dall’istinto, definito “l’intelligenza della specie”, risorsa degli animali specialisti, in grado di risolvere solo situazioni previste, alla capacità di sciogliere situazioni impreviste, propria degli animali generalisti. Per spiegare meglio l’etologo usa degli esempi: “Il moscone, che ci entra in casa continua a sbattere contro il vetro perché è istintivamente attratto dalla luce. Il gatto, posto di fronte a un ostacolo tra lui e il cibo, si mette a pensare per trovare una soluzione. Il piccolo felino - continua Mainardi - è capace di fare “detour”, cioè immaginare se stesso, la situazione in cui si trova e le possibilità di risolvere il problema”.
Secondo l’etologo due concetti importanti sono quelli di “ment” e “socialità”. Il primo viene applicato al mondo animale da quando è nata l’etologia cognitiva, mentre in precedenza riguardava solo l’uomo. “La mente - chiarisce il professore - è un fenomeno di convergenza evolutiva. Le menti degli animali rappresentano percorsi diversi per arrivare alla stessa soluzione, non sono un fenomeno unitario, ma si assomigliano. Quando diciamo “mente” è come se dicessimo “ala”: ne esistono molti tipi, accomunati da un’identica funzione”.
A proposito di socialità Mainardi richiama il nome di Giacomo Rizzolatti - anche lui ospite della Fiera - suo vecchio compagno di università e scopritore dei neuroni specchio.
Mainardi infine parla del rapporto genitori-prole: “Tra gli uomini la più antica forma di trasmissione culturale è quella parentale, ma anche tra gli altri animali questo rapporto è fondamentale per l’apprendimento. Tra le beccacce di mare, gli esemplari che hanno passato più tempo con i genitori sono capaci di aprire le ostriche con delle tecniche efficaci, quelli che invece sono stati poco con i genitori non lo sanno fare. Vale il principio secondo cui tanto maggiore è il tempo di sovrapposizione tra genitori e figli, tante di più saranno le cose apprese”. Prima di passare la parola alla giovane collega, il professore conclude: “Cosa abbiamo perso noi umani lo possiamo vedere osservando gli animali”.
Claudia Bordese si occupa di parassiti: “Diversamente da quello che si potrebbe credere i parassiti non sono pochi: la metà degli organismi viventi sono parassiti. E l’altra metà sono loro ospiti”. Animali molto particolari, il cui ambiente naturale è il corpo di un altro essere vivente e che per sopravvivere hanno dovuto elaborare strategie di sopravvivenza originali: “Trovare un partner è talmente difficile che molti parassiti vivono in uno stato di amplesso permanente, che dura anni”. “Il fenomeno del parassitismo - conclude Bordese dopo molti esempi - oltre a un grande valore naturalistico, ha un notevole peso nella vita degli esseri umani. I parassiti hanno influenzato la vita economica e sociale e la salute delle società nel corso della storia”. Chiude ricordando solo alcuni episodi come l’epidemia di tifo nel Granducato di Toscana nel XVII secolo, dovuta ai pidocchi; la grande carestia che colpì l’Irlanda tra nell’ottocento, causata da un parassita delle patate. Fino ad arrivare ai giorni nostri e ai gravi danni che i parassiti causano soprattutto tra le popolazioni del sud America.
Pezzo pubblicato su
http://www.fieralibro.it/it/news-e-multimedia/notizie/9993-39-dalletologia-di-mainardi-alla-grande-peste-di-bordese-.html
Il professore si avvicina alla lavagna e alle parole accompagna il disegno con le figure stilizzate di un polpo e di una cozza. “Il polpo è un animale molto intelligente, ma con pochi istinti, la cozza al contrario è poco intelligente, ma con istinti forti”. L’intelligenza nel mondo animale ha molteplici varianti, che vanno dall’istinto, definito “l’intelligenza della specie”, risorsa degli animali specialisti, in grado di risolvere solo situazioni previste, alla capacità di sciogliere situazioni impreviste, propria degli animali generalisti. Per spiegare meglio l’etologo usa degli esempi: “Il moscone, che ci entra in casa continua a sbattere contro il vetro perché è istintivamente attratto dalla luce. Il gatto, posto di fronte a un ostacolo tra lui e il cibo, si mette a pensare per trovare una soluzione. Il piccolo felino - continua Mainardi - è capace di fare “detour”, cioè immaginare se stesso, la situazione in cui si trova e le possibilità di risolvere il problema”.
Secondo l’etologo due concetti importanti sono quelli di “ment” e “socialità”. Il primo viene applicato al mondo animale da quando è nata l’etologia cognitiva, mentre in precedenza riguardava solo l’uomo. “La mente - chiarisce il professore - è un fenomeno di convergenza evolutiva. Le menti degli animali rappresentano percorsi diversi per arrivare alla stessa soluzione, non sono un fenomeno unitario, ma si assomigliano. Quando diciamo “mente” è come se dicessimo “ala”: ne esistono molti tipi, accomunati da un’identica funzione”.
A proposito di socialità Mainardi richiama il nome di Giacomo Rizzolatti - anche lui ospite della Fiera - suo vecchio compagno di università e scopritore dei neuroni specchio.
Mainardi infine parla del rapporto genitori-prole: “Tra gli uomini la più antica forma di trasmissione culturale è quella parentale, ma anche tra gli altri animali questo rapporto è fondamentale per l’apprendimento. Tra le beccacce di mare, gli esemplari che hanno passato più tempo con i genitori sono capaci di aprire le ostriche con delle tecniche efficaci, quelli che invece sono stati poco con i genitori non lo sanno fare. Vale il principio secondo cui tanto maggiore è il tempo di sovrapposizione tra genitori e figli, tante di più saranno le cose apprese”. Prima di passare la parola alla giovane collega, il professore conclude: “Cosa abbiamo perso noi umani lo possiamo vedere osservando gli animali”.
Claudia Bordese si occupa di parassiti: “Diversamente da quello che si potrebbe credere i parassiti non sono pochi: la metà degli organismi viventi sono parassiti. E l’altra metà sono loro ospiti”. Animali molto particolari, il cui ambiente naturale è il corpo di un altro essere vivente e che per sopravvivere hanno dovuto elaborare strategie di sopravvivenza originali: “Trovare un partner è talmente difficile che molti parassiti vivono in uno stato di amplesso permanente, che dura anni”. “Il fenomeno del parassitismo - conclude Bordese dopo molti esempi - oltre a un grande valore naturalistico, ha un notevole peso nella vita degli esseri umani. I parassiti hanno influenzato la vita economica e sociale e la salute delle società nel corso della storia”. Chiude ricordando solo alcuni episodi come l’epidemia di tifo nel Granducato di Toscana nel XVII secolo, dovuta ai pidocchi; la grande carestia che colpì l’Irlanda tra nell’ottocento, causata da un parassita delle patate. Fino ad arrivare ai giorni nostri e ai gravi danni che i parassiti causano soprattutto tra le popolazioni del sud America.
Pezzo pubblicato su
http://www.fieralibro.it/it/news-e-multimedia/notizie/9993-39-dalletologia-di-mainardi-alla-grande-peste-di-bordese-.html
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