lunedì 25 maggio 2009

VITA DA CANI E DA GATTI

Scimmie e balene possono essere molto felici o tristi, ma ancora non sanno spiegarlo. Così l’abbiamo chiesto a due umani che di animali se ne intendono: Monica Mazzotto, etologa che oggi si occupa di divulgazione scientifica e Augusto Vitale, primatologo ed esperto di bioetica, ricercatore presso l’Istituto superiore di sanità (ISS).

“Il termine felicità è un termine che abbiamo inventato noi umani per descrivere un determinato stato d'animo, dobbiamo stare attenti a non usare in maniera superficiale categorie di tipo antropomorfico per parlare degli animali” inizia Vitale. I due studiosi danno una prima definizione condivisa di felicità come benessere: “Per tutti gli animali la condizione di base per una vita felice è il soddisfacimento dei bisogni essenziali” spiega Mazzotto. Prima della nascita dell’etologia cognitiva, avvenuta trenta anni fa negli Stati Uniti, i comportamenti degli animali venivano ridotti a solo istinto. “Questo approccio – racconta la dottoressa - soffriva di un difetto: portava gli scienziati a elaborare teorie meccaniche molto complesse quando la spiegazione più semplice era evidente”. Tanti anni prima, Darwin fu il primo a parlare di emozioni riferendosi agli animali. “Per il padre dell’evoluzionismo – continua Mazzotto - dall’organismo più semplice a quello più complesso le differenze sono di grado e questo principio vale anche per la sfera emotiva”.
Il benessere garantisce la felicità per gli animali più elementari, ma avvicinandosi all’uomo sulla scala evolutiva le esigenze aumentano. “Felicità vuol dire anche gioia e una delle massime espressioni negli organismi superiori come i mammiferi è il gioco, felicità pura, fine a se stessa”. Inoltre, come tiene a precisare l’etologa “la felicità dipende dalle particolarità di ogni specie: per i cani è importante non essere lasciati soli, perché soffrono di solitudine, i delfini invece si deprimono quando si annoiano”. Tra i primati, aggiunge Vitale, “il tipo di vocalizzazione che viene emesso può darci un importante informazione sulla condizione emozionale di un individuo, ‘una finestra sull'anima’ come ha detto Mark Bekoff”.“Non sarà mai qualcosa di intellettualizzato come per noi, che siamo capaci di proiettarci nel futuro, fare programmi e fantasie, ma più ci si avvicina all’essere umano più la felicità degli animali assomiglia alla nostra” conclude Mazzotto.

Per rilevare il grado di felicità o infelicità degli animali, come degli esseri umani, si può ricorrere a parametri fisiologici, misurando il livello di presenza di certi ormoni all’interno dell’organismo. Per Mazzotto e Vitale però ha un ruolo importante anche l’empatia. Quella capacità che ci permette di riconoscerci nell’altro e immedesimarci in lui, provare dolore quando l’altro lo prova, essere felici quando l’altro lo è. Questa dote è tanto più spiccata quanto più l’altro è simile a noi, quanto più l’identificazione è facile e in questo senso si spiega la nostra naturale propensione verso i mammiferi.“Tra esseri umani esiste una spinta affettiva più forte rispetto a quella esistente tra individui appartenenti a specie diverse”.
Si tratta di uno dei motivi per cui, secondo Vitale, molti ricercatori scelgono di fare esperimenti sugli animali. Difficilmente per le cavie si può parlare di felicità, ma per il primatologo non è questo il punto: “Per ogni ricercatore arriva il momento di una scelta morale, utilizzare o non utilizzare animali a fini scientifici, per migliorare la qualità della vita degli esseri umani. Il problema implicito è stabilire se si attribuiscono agli animali gli stessi diritti che si riconoscono agli uomini”. Nell’opinione dell’esperto nonostante ci sia ancora molta strada da fare, l'attenzione al benessere degli animali in allevamento e nei laboratori sperimentali è aumentata nell’ultimo decennio. “Oggi siamo in grado di sostituire gli esperimenti con animali per alcuni casi, ma non ancora per tutti e dove l’impiego è necessario, è anche doveroso garantire le migliori condizioni di vita”.
Sul consumo di carne Mazzotto non è contraria, ma aggiunge: “Le condizioni di vita degli animali dovrebbero migliorare, la carne stessa sarebbe più buona se gli animali fossero felici, una vacca felice è più produttiva e anche più gustosa da mangiare”. Conclude la dottoressa: “Il lavoro svolto dall’etologia, spiegare come sono fatti e come funzionano gli animali, è utile per ottenere un maggiore rispetto.

Circondati da piante sui terrazzi, cani, gatti, pappagallini e pesci rossi in casa, dovremmo poi riflettere sulla nostra felicità, cui forse manca un po’ di natura”.

Pezzo pubblicato sul numero di Maggio di Futura, giornale del Master in Giornalismo di Torino

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